La statua di Beethoven di Jerace al conservatorio San Pietro alla Majella di Napoli.
Articolo sulla statua beethoveniana di Francesco Jerace (Polistena 1853- Napoli 1937) conservata nell’ atrio del conservatorio San Pietro alla Majella di Napoli.
Francesco Jerace, nato a Polistena (Reggio Calabria) il 26 luglio 1853, da famiglia di artisti di Arti figurative, si trasferì ben pesto a Napoli (1869) lasciando il seminario, nonostante l’ opposizione della famiglia. In quella città entrò all’ Accademia delle Belle Arti, incominciando la carriera di pittore e scultore.
Il primo importante lavoro fu concepito e realizzato nel 1873, il monumento funerario per la famiglia di Mary Somerville; poi la partecipazione alla mostra nazionale di Torino (1880). Infine arrivò il successo, prima nazionale e poi europeo. Le sue opere sue sono conservate tuttora nei musei di Londra, Varsavia, Berlino, Dublino, Vienna e, naturalmente, in varie città italiane. Oltre cinquanta monumenti pubblici, argenteria e di decorazione, diversi di busti. Fra le sue opere ricordiamo Victa, Marion e i Legionari di Germanico, e poi i busti di Giosuè Carducci, Francesco Crispi, Finali, Fiorentino, Teresa Ravaschieri, Andrea Cefaly, Di Rudinì, Rattazzi…..
E poi i monumenti: quello al compositore Martucci a Capua, al politico ed avvocato Pietro Rosano ad Aversa (1907), al musicista Domenico Cimarosa e ai Caduti della prima guerra mondiale, sempre ad Aversa, a Cefaly nella villa catanzarese; a Umberto I, a Pizzo Calabro, a Gabriele Pepe a Campobasso, (1913)….
A Napoli scolpì i due bassorilievi Il Martirio di San Gennaro, e il Miracolo delle Reliquie, la statua di Vittorio Emanuele II, e finalmente nel 1895, per il Conservatorio San Pietro a Majella, la statua di Beethoven trattata nel presente articolo. Unanimemente la sua opera più importante è la scultura presente al Vittoriano di Roma: L’azione. Legatissimo alla città di Napoli, l’ artista quivi si spense il 18 gennaio 1937.
“Il Roma” della domenica – Un marmo che non è marmo – 6 dicembre 1925
In prima pagina del quotidiano “Roma della domenica” di Napoli, il 6 dicembre 1925 uscì quest’ articolo riguardante la statua di Jerace, a nome dello scrittore F. Verdinois. (trattasi del celebre Federigo Verdinois 1844-1927) Vista la rarità della pubblicazione, vi propongo lo scritto completo.
Bisognerebbe, se mai fosse possibile, fondere in una sola le cinquemila lingue parlate, ovvero creare di sana pianta una lingua nuova, ricca di miliardi di forme, di espressioni, di atteggiamenti, fatta di suoni e di colori, per dire convenientemente delle manifestazioni varie dell’arte e della inesauribilità di alcuni fra i suoi sacerdoti.
Più volte mi è occorso dire, a proposito di Francesco Jerace, che il suo scalpello ha la singolarità di fare le statue vive. E poi?… e poi, niente.
Mi pareva di aver detto una bella cosa, di avere espresso con evidenza tutto il mio pensiero, di non potere aggiungere altre parole. Sentivo intanto, con non poco di rincrescimento e mortificazione, che quel qualunque mio pensiero stava ancora raggomitolato dentro di me, e. che non c’era modo né maniera che potessi comunicarlo ad altri.
Era, più che un pensiero, una impressione, una commozione, un sentimento, tanto più profondo quanto più ineffabile, e così delicato e vario elle sue gradazioni, che avrebbe forse e perduto della sua intensità e della sua intensità e della sua efficacia se mi fosse veramente venuto fatto di plasmarlo.
Mi ha ripreso oggi questa incresciosa coscienza, rivedendo il Beethoven che il grande artista dona, con generosità principesca, al nostro glorioso , Collegio di musica.
Fu iniziato il monumento per suggerimento e insistenza del compianto Rocco Pagliara; ma l’ opera, condotta a termine, fu esposta alla Mostra dì Venezia, dove suscitò più che ammirazione, l’ entusiasmo del pubblicò, dei critici; degli intendenti d’arte, ed ottenne il maggior premio.
Anche a Vienna in epoca successiva la scultura fu esposta ed esaltata; ed finché si ebbe a notare, e si nota, l’impotenza della parola nel tentativo di dar corpo visibile e tangibile al sentimento: constatazione, che non poco valse ad attenuare la mortificazione del critico napoletano. In seguito, per intervenute circostanze, il Beethoven stava per esser ceduto alla città di Buenos Ayres; ma il Pagliara insorse contro la disegnata emigrazione, e tanto fece e disse, da indurre l’ artista a lasciare il lavoro qui, a Napoli, nel Conservatorio di San Pietro a Maiella.
Con la stessa emozione della prima volta, ho riveduto in questa occasione il marmo parlante, e mi son domandato, maravigliando, come io, stesso abbia osato di parlarne altra volta, e che cosa precisamente n’abbia detto. Non so, non ricordo, e del resto non preme. Meglio cercare, ho pensato fra me, quel che altri n’ha scritto.
E m’è venuto sott’occhio un articolo di una valorosa scrittrice, Barbara Wick-Allason, la quale, dopo aver detto degli entusiasmi di Vienna per l’ opera dello scultore napoletano, narra di una sua visita allo studio di Francesco Jerace, e scrive:
« Per ultimo, in una sala più grande, quasi perduto fra i mucchi di calce e di gesso, fra i macchinari e le travi, mi apparve il Beethoven. « Oh, fu davvero Beethoven che mi apparve, il genio infinito nella sua umanità dolorosa, il grande e buon Beethoven che fra gli strazi della triste vita, scriveva il suo testamento d’amore per gli uomini, che quanto più soffrì e si allontanò materialmente dai suoi simili, tanto più versò su mi loro la sublime consolazione delle sue melodie.
« Era proprio lui, richiamato alla vita dall’intuizione geniale d’un artista, che lo ha umilmente adorato, che per effigiarlo così si è penetrato prima l’anima della sua vastissima opera, che quando se lo è visto redivivo davanti — come da tanti anni l’ ho portata nel cuore — certo ha pianto.
E piangevo anch’io, senza avvedermene, guardando Beethoven in quella figurazione cosi semplice e così umana; ma l’elemento divino era nella sua fronte, carica di nembi, ed era attorno a lui, nella natura che non si vede, ma si sente incombergli addosso da tutte le parti, in cui egli affonda l’anima per attingervi l’ inspirazione immortale.
« Gli occhi non si saziavano di contemplare I tratti di quel volto, noti come quelli di persona lungamente cara, la fronte che Bettina von Arnim chiamò himmlisch (celestiale), la chioma ribelle, gli occhi pieni del lor grave corruccio, il naso che Benedict definì così bene, quadralo come quello d’un leone, e tutto ciò divinato dallo scalpello dell’artefice, lontano dal ritratto, come la sinfonia è lontana dal modesto tema che le’ ha dato lo spunto, poiché non la vana maschera di Beethoven, ma l’anima sua era in quel gesso, davanti a noi.
Che la statua, del Beethoven abbia conciliato a Francesco Jerace l’entusiastica ammirazione di alcune fra le più squisite anime di poeti, e di artisti che vivono oggi, lo seppi di poi.
Di queste ammirazioni una sola voglio ricordare qui: quella di Giovanni Camerana, il poeta che ha lavorato tutta la vita ad occultare se stesso gelosamente alla folla, ed a coltivare in sé per sé solo, una delle più intense e perfette visioni di arte che abbiano brillato dinanzi ad anima d’uomo ». Ecco | versi che il Camerana dedicò al Beethoven di Francesco Jerace:
E’ il mare — il cupo mar, Quando le
trombe
Del cielo e degli abissi, e le assordanti
Folgori, e l’imprecar dei naufraganti
Clamano a furia. — l’ altra notte incombe.
Poi, è la pace, — in lunghe strisce d’oro E di cobalto, il cielo e la brughiera Cantano insiem le strofe della sera».
Sfiora i giunchi del lago il flebil coro.
Poi le. note si straziano, è l’amore Che si prosterna, e implora, e freme,
se senti Salir la voluttà fino al dolore!
Fino al gemito uscente dalle tombe!
– Dorme sul drappo negro, ella, il bel fiore Pallido e biondo, — e l’atra notte incombe.
In limpidissima forgia, con rara squisitezza di senso artistico, scrisse del Beethoven Enrico Panzacchi; e Vittoria Aganoor, la poetessa indimenticabile, così presto ed atrocemente rapita all’arte, «pubblicò un canto davvero inspirato, un inno giocondo di esaltazione e di gloria, in cui suonava qua e là la nota malinconica e triste dell’epicedio « l’urlo straziante della tragedia di un’anima.
Eppure, debbo dirlo? anche questi nobilissimi scritti mi sembrarono». e tuttora mi sembrano, manchevoli; poiché, pure inspirandosi all’opera d’arte, non riescono a darvene la visione, ma solo, fino ad un certo punto, vi stillano il desiderio con gli occhi vostri.
E questo è bene; ma si vorrebbe di più e di meglio.
Né già vi hanno colpa l’insigne prosatore, o la forte poetessa, o gli altri critici e poeti che magistralmente hanno toccato l’argomento; bensì, come accennavo in principio, la colpa è dal imputare alla povertà grande della lingua in cospetto della sempre inesausta ricchezza dell’arte figurativa in genere, e di quelle in ispecie, come la scultura e l’architettura, che debbono agire sull’occhio del riguardante, rinunziando al lenocinio del colore e provocando nondimeno tutti gli effetti pittorici con maggiore efficacia della stessa pittura.
Come contenersi dunque per dare un’idea, non fosse che approssimativa, dell’opera a chi non ebbe la ventura di vederla? Descriverla parte a parte? decomporla nei suoi particolari? L’analisi, in un certo senso, è possibile, ma corre il pericolo di riuscire dissolvente. Ad ogni. modo, il tentar non nuoce.
E incominciamo da questo che della persona del Beethoven non si vede che la parte superiore, essendo tutto il resto nascosto dietro una scabra rupe selvaggia. Sull’alto di questa come su di un davanzale, il maestro appoggia il gomito destro e del braccio e della mano fa puntello alla tempia.
La mano è a mezzo nascosta dalla chioma folta ed irsuta. La rupe, contro la quale l’ampio torace aderisce, ha nella sua asprezza, figurazioni simboliche evanescenti, embrioni di pensieri, guizzi di sogno, baleni d’inspirazione, visioni orride e celestiali di tetri abissi profondi e di vette eccelse ed inaccessibili.
Tenebre e luce si avvicendano, scetticismo e fede, amarezza disperata e soavità di speranza, in somma, e questo colpisce alla prima e bisogna mettere in sodo, la stessa rupe,, indipendentemente dalla persona viva, ha un suo elemento e una fisonomia di spiritualità, che risponde armonicamente al concetto informatore dell’opera.
Ma quello che più colpisce alla prima, quello che, ha maggiore ed immediata eloquenza, è l’atteggiamento del busto, non che la testa leonina del sommo e infelice musicista. Quell’appoggiarsi e quasi premere del petto contro la pietra brulla fa sì che tutto il busto si curvi in avanti, come ansioso d’inseguire e di afferrare un arcano, che con la divinazione dell’anima il maestro intravede. Nell’ampia fronte rugosa è stampato il suggello del genio; del genio incosciente, che trepida, indaga, e si tortura.